IVAN E IL FUTURO
Armando Cossutta, italian politician.
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Sono rimasto molto colpito dalla produzione artistica di Ivan, che conosco non da molto tempo ma a cui mi sento legato dalla naturalezza di una consuetudine quasi familiare. Un giovane dal carattere aperto, curioso, vivace, comunicativo, positivo. Riesce a dare un valore speciale ad ogni frammento della sua vita quotidiana e a ogni persona che incontra, ascolta, osserva. Avevo riconosciuto la sua natura in alcune poesie che avevo letto e avevo apprezzato, il suo dinamismo in alcune mostre, a Roma, e nelle scritte sui muri di Bonassola, il paesino della Liguria dove da sempre vado in vacanza e che l’anno scorso l’ha ospitato, su richiesta del sindaco. Ma forse non avevo ancora fino in fondo compreso lo spessore del movimento artistico cui Ivan appartiene, che invece questa mostra con grande trasparenza evidenzia. Non sono le qualità artistiche che considero, perché non possiedo alcuna competenza in materia né presumo di poterne avere. Personalmente tutte queste opere mi piacciono, mi procurano emozioni e riflessioni, ma non mi sentirei in alcun modo disponibile ad azzardare giudizi, né tanto meno a formulare paragoni o definizioni. Quello che mi ha colpito e che vorrei sottolineare è la forza dell’impegno sociale che viene comunicato e auspicato. La “poesia di strada” ricostruisce un luogo pubblico, collettivo in cui gli individui sanno ritrovare la reciprocità delle loro vite, per cercarne un senso, un significato. Le persone vengono avvicinate, direttamente interpellate. I titoli di alcune opere sono come delle parole d’ordine, si sarebbe detto una volta. Titoli di campagne politiche, sociali, civili. Bellissimi titoli per il sogno di una grande utopia che noi, generazioni del Novecento, abbiamo vissuto fino in fondo, con fatica ma anche con vera esaltazione. L’utopia della libertà di tutti – donne e uomini di ogni parte del mondo – e del riscatto sociale dei più deboli; della trasformazione dei rapporti sociali tra le classi, ma anche delle relazioni umane tra le persone; della fine di ogni guerra e di una pace fondata sulla giustizia. E abbiamo lavorato, con la fatica di un impegno serio e rigoroso ma anche con la leggerezza della creatività e della fantasia. Ricordo i tempi della Resistenza, quando le letture liceali ci aprivano orizzonti inimmaginati e ci accompagnavano in percorsi frastagliati di ribellione e di consapevolezza. Il mio più grande amico in quegli anni era Gianni Toti, che rivendicava in egual modo l’assolutezza dell’impegno politico e la necessità dell’espressione artistica. “Chiudete gli occhi e alzate lo sguardo” – dice oggi Ivan – e noi così facevamo, guardando al futuro colmo di ideali da realizzare. Questo mi ha colpito di questa mostra: anche se “il futuro non è più quello di una volta”, si rintraccia una tensione sociale, ideale, di denuncia, che è già proposta. “L’ordine è un disordine con scarsa fantasia” è un titolo che interpella le intelligenze e le passioni per riscoprire anticorpi contro ogni forma di autoritarismo e per trovare risposte alle sfide inedite della modernità, dall’immigrazione alle scoperte tecnologiche e scientifiche, dalla crisi ambientale alla precarietà del lavoro. “Si scrive potere, si pronuncia sfruttamento”: forse deriva proprio da qui la richiesta di questa mia breve introduzione. Quasi il lascito del testimone di una memoria che nessun revisionismo culturale può rimuovere.