Camilla Bertoni

IVAN
Camilla Bertoni, giornalista per Flash Art e Corriere della Sera

Non sapevo di conoscerlo già ivan, ma le sue le parole erano già dentro di me, da tempo. Mi sono passate attraverso un giorno, già sentite, già lette, come fossero di tutti e di nessuno. Una frase mi era arrivata anche solo la sera prima, forse palleggiata da un film, forse dalle pagine di un libro, forse ero passata qualche anno fa davanti a un muro che declamava alla città, non so se la mia o un’altra. La mia città di solito mi sembra un po’ sorda, un po’ chiusa e sazia della sua bellezza, e io sono cittadina della mia città, un po’ restia al nuovo, al diverso, timorosa prima che curiosa. Ma sentire che quelle parole, quelle che ivan dissemina per il mondo, erano già mie, mi ha colpito e mi ha stupito. Allora sognare funziona, allora funziona usare le parole per aprire i cuori e le menti, allora funziona usare, come fa ivan, la strada e cercare la gente, allora funziona quel suo linguaggio strampalato e stupendo, che scardina la logica e la grammatica per aprire la porta al sogno e al meraviglioso, così semplice da capire anche se lontano dal senso comune compiuto, che induce chi legge a guardare oltre quello sciocco limite che difendiamo con le unghie e con i denti, quello che ci disegniamo intorno a un metro di distanza. Che ti fa venire voglia di andare a guardare un passo più in là, e poi un altro, magari. Quel linguaggio in cui confluisce tutto un secolo, con la sua storia, con le sue forme, dalle parolibere futuriste all’ermetismo, dal flusso di coscienza all’élan vital, dal surrealismo al concettuale alla poesia visiva, ma che è solo suo, frutto di oggi, per quella qualità tutta peculiare di assonanze, di echi e di rimandi, di lancinanti richiami alla riflessione che vengono dal suo avere vissuto certe cose, dall’averle guardate in faccia, non solo per sentito dire. Ivan ora torna a Verona, a spargere le sue parole poetiche, leggere e pesantissime, attraverso le sue installazioni, e voglio vederle le persone per cui scriverà le sue parole sulle strade, il bello sarà scrutare gli sguardi di chi legge, e capire a chi spedirà le sue barchette stracariche di poesie. Perché ivan racconta, non espone, e ha bisogno della gente.

È andata come doveva andare. È come se Ivan avesse in sé una certezza in merito, lo sa già, quando si muove, che la gente ci sarà vicino a lui. Tanta o poca non ha importanza, qualcuno di sicuro ci sarà ad accogliere il messaggio, e a sua volta lo trasmetterà a qualcun altro. Il tam tam è servito, bypassando il sistema dell’arte. L’invito a chiudere gli occhi e alzare lo sguardo è un ossimoro sì, ma mica poi tanto, perché lo sguardo che Ivan ci chiede di puntare orgogliosamente e coraggiosamente verso l’alto è quello che viene da una coscienza interiore, da una sapienza che ad occhi chiusi si esprime e si apre al mondo. Per prima nel suo lavoro viene la parola, che trasmette messaggi, un lavoro che invita a leggere o ad ascoltare, e ad ognuno il compito di intendere. E si scopre che la parola ha il potere di restare, anche se magari subito non te lo ricordi, non te lo immagini. Le sue scaglie poetiche rimangono dentro, perché, una volta lanciate tra la gente, è come se vivessero di vita propria, vengono adottate, si trasmettono da un muro ad un film da un libro a un giornale. Poi, ma non sempre, dopo la parola arriva una soluzione formale. Non sempre perché a volte sono semplicemente le parole stampate su un “manifesto poetico d’assalto” a essere opera, come è successo anche a Verona. La gente si è fermata, mentre Ivan incollava ai muri i suoi manifesti, come fosse un vero attacchino professionale. La gente ha chiesto, guardato, letto, forse sorriso credendola un’ingenuità, forse portandosi via una parola per la sera. Verona, che tende a bastarsi della sua bellezza, è stata ad ascoltare, non ha fatto resistenza. È capitato con “Pagina bianca”, davanti all’ingresso della fiera, dove signore eleganti e signori maturi, accanto a giovani più o meno aspiranti artisti, non si sono fatti pregare per armarsi di pennelli, intingerli nel colore e scrivere messaggi più o meno poetici sull’immensa pagina bianca distesa a terra dove tutti saltellavano allegramente. Pagina che poi, per decisione di Ivan è stata ritagliata e ceduta, con gli introiti a favore di un progetto benefico. Perché le parole, in questo caso, assumessero anche un peso concreto. Poi le persone lo hanno guardato in silenzio, mentre varava sul fiume le sue barchette cariche di poesie, con un gesto infantile e poetico insieme. E bisogna dire che Ivan non si vergogna affatto di essere infantile a volte, perché anzi nell’infanzia e nel suo potenziale creativo genuino ha piena fiducia. Non a caso, quando ha finito di scrivere sulle strade della città, senza interrompere mai da piazza Bra a piazza dei Signori un flusso ininterrotto di parole e di segni grafici tracciati col gessetto sulla strada, il “verso- appunto- più lungo del mondo”, l’arma del “delitto” è stata messa in mani sicure, quelle di un bambino al quale Ivan ha chiesto di continuare la sua opera. Un “delitto” che si è guadagnato curiosità, qualche brontolio di chi ha visto deturpata la strada (che al contrario dopo solo poche ore – purtroppo – aveva già perso le tracce di questa ulteriore forma di assalto poetico), e anche l’attenzione della polizia urbana che, lontana l’idea di fermare l’indomito poeta assaltatore, si è offerta di spostare i motorini che ingombravano il percorso. Cosa non può fare la parola. La parola nel lavoro di Ivan, dicevamo, si guadagna in certi lavori anche una struttura formale più articolata. Dove il messaggio non è più veicolato solo dalle parole, ma anche da immagini, messe accanto o insieme, o come risultato delle parole stesse, il cui potenziale viene in questo modo potenziato. Ad agire in questo senso può essere l’ingrandimento, la tridimensionalità, l’invito a passare attraverso, mentre spuntano da terra o stanno sospese per aria, le parole, a girarci intorno. O a confrontare la loro capacità evocativa con quella di un’immagine fotografica alla quale si sovrappongono. Alla fine ci si scopre a pensare che Ivan ha ragione, sorge il sospetto che sognare funzioni, che funzioni usare le parole per aprire i cuori e le menti, che funzioni usare la strada e cercare la gente. Che funzioni quel suo linguaggio strampalato e stupendo, liricamente evocativo, che scardina la logica e la grammatica per aprire la porta al sogno e al meraviglioso, così semplice da capire anche se lontano dal senso comune compiuto, che induce chi legge a guardare oltre quello sciocco limite che difendiamo con le unghie e con i denti, quello che ci disegniamo intorno a un metro di distanza. Che ti fa venire la voglia di andare a guardare un passo più in là, e poi un altro, magari. Quel linguaggio in cui confluisce tutto un secolo, con la sua storia, con le sue forme, dalle parolibere futuriste all’ermetismo, dal flusso di coscienza all’élan vital, dal surrealismo al concettuale alla poesia visiva, ma che è solo suo, frutto di oggi, per quella qualità tutta peculiare di assonanze, di echi e di rimandi, di lancinanti richiami alla riflessione che vengono dal suo avere vissuto certe cose, dall’averle guardate in faccia, non solo per sentito dire. Perché Ivan racconta, non espone, lui ha bisogno delle persone, e le persone, che con lui tornano bambine, sembrano avere bisogno di lui.