Città del Messico scivola via sulla pancia d’un serpente di maggioloni, è un sorriso splendido che mostra tutti i suoi denti spezzati. Le case basse cosparse di pubblicità lampanti si sfaldano in tende blu e verdi, ora squarci arlecchino nel cielo basso del mercato, ora toppe di cornice allo Zocalo, ora saltelli in un recinto di baracche come un ponfo contaminato di civiltà. Città del Messico si prostra ai piedi della sua collana di monti, infila perle di quartieri accesi a festa di panni stesi come sorrisi, s’arrampica sui rilievi con fiato denso e corto. Si stira infinita di case tozze, grigie e rosse, coperta rattoppata tirata d’ogni bavero, che sfalda la terra e si mangia le pendici. E’ immensa come gli sguardi del suo mercato Messico, si specchia nella polvere un viso d’un disordine distorto assoluto, dignitoso, vivo, povero e disperato. Brulicano antenne come fili d’erba, taxi come trottole colano giù dalle strade impolverate di senape, dove s’accavallano sull’asfalto dei cavalcavia e premono la gente in giro. Cavalli, cani e bambini, la steppa, le vette e l’ovunque. Se Mexico è il mare, l’onde sono il suo popolo, il vento le sue calle, il traffico il suo sale, le vette il suo pepe.
Città del Messico scivola via sulla pancia d’un serpente
Scritto nel 2003