San Pedro Polho

San Pedro Polho è l’isola del paradosso della quiete, è il mio attracco al porto del Chiapas prima della partenza da questo Mexico. Il paesaggio si spicciola tra la foresta rada, snocciola baracche e palafitte dal tetto di lamiere rosse e argento, macchiate dalla ruggine e storpiate dal vento. Le capanne paiono briciole sulla tovaglia, pronte ad esser spazzate da un soffio, resti d’un popolo che spezza il pane della sua ultima cena. La calma apparente, il sole sbircia tra le nuvole, sonnecchia e si rigira tra le coperte del cielo. Il “belvedere” di Polho da su d’una strada di pietre che poi si trasforma in un fiume di fango, su due ragazze che portano a spasso la palla e su due ragazzi che si pavoneggiano sfilandosi la maglietta, sulla miseria delle ciabatte a brandelli, sulla foresta spelata, su d’un telaio di cavi elettrici e lampadine che paiono lucciole o lacrime di luce, su d’un copertone spinto da un motore fatto bastone e poi braccio abile d’un moccioso.


Scritto nel 2003