Magdalena ci ha accolto nel tardo pomeriggio, quando per il tramonto le lamiere dei tetti son d’oro, quando Alonso batte a macchina nella presidenza come stesse spaccando noci. La miseria striscia d’ovunque, morde d’un veleno che da crampi e brontolii alla pancia, spezza il passo e sfibra il respiro. La mattina s’alza all’alba a Magdalena, si sveglia in un cuscino di nuvole e bruma a gocce, scioglie, bagnandosi nel sole il freddo, che ci ha urlato addosso tutta la notte, sbircia tra le assi e pesta l’umidità sul fango e sulle foglie. Gli uomini attendono dietro alle braci mentre le donne cucinano fagioli neri e tortillias secche, scaldate sulla brace d’un fuoco improvvisato che da terra cresce e lì divampa. In un concerto di tazze fumanti, panche basse e piedi nudi, il tzotil ticchetta come un metronomo: par un elastico che si stira, si strappa e di ritorno frusta la lingua, è come un canto a singhiozzi di parole brevi e trascinate.
Santa Magdalena de la Paz
Scritto nel 2003