sentilo come grugnisce
gonfiandosi pavoneggia
qual volta scoreggia
molto di pece scurisce.
sforzasi si spreme
e molto impazza
tuonando geme
come una pazza.
si lasci’alle spalle
un’aria pesante
la noia cocente
di dame in scialle.
m’è lo scuro corvaceo
d’una gobba profonda
d’un lampo m’accorgo
c’oltre al non esser sordo
alita e morde il manto
il mi sguardo d’ovunque
com’un guanto.
cinguettano le gocce
spalmandosi sui davanzali
nei gerani rossi invasati,
lassù coccian bocce infernali.
son dita pallidi e fini
scheletri di forme contorte
sbatte il vento le porte
il fulmine disegna i confini.
s’allontana borbottando
mi cinge pazienza al braccio
punta un dito adirato
squarciando il cielo di ghiaccio.