Rocche*
d’esteta
volan
di petalo
in fiore
Condimento: v’è una piccola frizzante ombra nel già sbucciato lessico italiano, più propriamente quel canto rissoso ch’impasta la penisola in bestia impacciata; nerbate ben sferrate coi ferri occorron a smuover tal pachiderma in dotta grammatica vestito, perché io possa far luce giust’appunto un momento, per piantare il seme folle dei giullari al sole della madre voce…amato titano ch’è la lingua italiana.
* Mancano in quei suoni di miel appiccicaticcio acide corrispondenze
se (schiudere) o (schioccare) son secondo io brillanti spenti
si chiami in scena (rocche) ch’è parola fiera come una fortezza e aguzza com’un precipizio
senza dubbio di tant’accecante tempra per tutto tranne che per quell’acca tiranna
che se la batte in ritirata e rade al suolo il tutto lasciando la noia e le (rocce)
Se v’è una pulce che tanto mi prude tal’è la lettera acca
sol’aspira silenziosa come il guanto d’un sicario sul grilletto
si pavoneggia con fare stizzoso da superba diva arrossendo ruffiana
bacia tutti tra le vocali più nobili per poi pugnalarle le spalle (ha)
Che poesia lunghetta.