Dio ha chiamato a sé la nonna

la nonna ride d’un ghigno sporto da un lato ora
arriva di nuovo ad incontrare il nonno, già lui là che
se la gode da un paio di mesi alla capitaneria del paradiso.
quasi la sento che chiama Michele arroccata
su quel suo vociare di piena dolcezza e cose pesanti.
mi ricordo ora le frittelle
le pecore del presepe di Natale a cui staccavo le zampe
poi i baci caldi e umidi e le mani grosse da tagliaboschi cuordileone.
m’accompagnava stretto bene per
mano la nonna per il giro delle nove chiese e dei teschi
barocchi snocciolati, cresciuto sempre avvolto per l’olive
nere e i pomodori secchi conditi come fiori sbocciati.
anelli e rosari che sibilano siciliano di preghiere al mio angelo custode
un corredo che danzava in punta alle nozze certo sfoggiate
io giullare come sono ci credevo d’estate
sbandierandolo al vento.
ho un sapore aspro in viso
per Maria come le dice il polso vicino a dita dolci di mandorle
caramellate e moretti di panna morbida.
non piango perché non c’è nulla da piangere  in una camera per streghe,
fate e farfalle ch’oltre il loro bocciolo riposano.

Mi dispiace di mancare ai nonni che riposano insieme tra la mia poesia, solidi unici istanti di pagine accanto gettate al vivere dell’onde, che tra preghiere e parole, ne fanno la distanza in questo mare.