Il saltimbanco dell’anima mia

Siniori e Siniore si spigli la ruggente bestia di questo folle saltimbanco circense, che possa brindare al baccanale divino con acini d’uva da spremere fin oltre il palato e la gola perfino. Un girotondo di giornate perse, scarse righe scarne, son chiave di musiche d’un menestrello che si crede già un giullare di corte.

Siam giovani scintille

Siam giovani scintille in verità, ci animiamo per ogni gioco e canticchiamo rallegrati ch’è molto ciò che possiamo essere, ma sempre ci tratteniamo dal fare ciò che ancor più splende: infuocare ogni furore. Libera scelta in tutto e per tutto, tra le cose giuste e quelle disperate, per poi trovar conforto là dove lo spirito ama e ascolta le speranze amiche. Se mai questo fosse troppo s’ascolterà il lamento straziante dei rumori che grattano dentro, rimbombi di dolore e denti stretti sfregati. Non siamo stolti, ciò che non ci riesce di sfiorare, sfuggente come una lama, sfreccia saettando attraverso i nostri intenti teneri: noi ci si prova ad accudirlo, ma ribelle scalcia e frigna come un moccioso. Ciò che s’intende per dir ch’è sbagliato, l’errore che poi è un punto di vista davvero minuto tra un miliardesimo di punti di vista giganti, vorrei non fosse una giustificazione per far del bene. Ma noi ci si ostina a fissarlo come una goccia cristallina d’acqua purissima e limpida in un lago di vernice verde. Sentirsi soli accesi di spirito forte è non indicarmi la via per poi accompagnarmici con forza,è il piacere d’esistere poiché null’altro resta per donare armonia ai propri fratelli.

Non dite più rispetto.

Il rispetto fa schifo.

Il rispetto è ragione in doppio petto, ma di solo cuore; ora c’ho una fionda tra le mani sbucciate, vi lancerò sassi d’assalto.

Ancora vivo pensando ai pochi bambini in strada

E’ una città di fili spinati e di sguardi militari Belfast. Il nostro cocchiere cattolico ha paura d’accostare l’auto in cima alle vie protestanti, eppure è un uomo grosso di mani grandi e occhi chini e fini, lasciati al cattolico velare d’una vergogna. Si discorre di “muri”, “cancelli” e “lastre” di pace, lamiere alte bollate di sassi e spranghate, mentre si scivola per strade che non son vie perché le strade qui se le sono mangiate le terre di nessuno, natura selvaggia incoronata di spine d’ogni cristo immolato. Qui i cattolici si chiamano rivoluzionari e marciano in divise da lutto, l’ostie sfamano gli scioperi della fame e il grido ceco della disperazione urla eco in messe dove ho perfino visto il Che come un santo tra i tanti. Un bimbo di 4 anni poco più di ieri ha raccolto una bomba carta in giardino, mentre altrove alzavano i muri di contenimento. Poco meno d’un mese passato un estremista protestante ha sparato ad uno studente ch’usciva da lezione, mentre in un salotto s’intratteneva protestando gente incappucciata di nero. In Marzo hanno lanciato una granata per strada e una madre sta traslocando proprio ora, perché, dice, l’ira striscia tra le strade  macchiate di bimbi come foglie d’autunno, chiusi nella loro rabbia terrorizzante delle troppe vendette d’un popolo di poche persone, d’un Sinn Fein che vuol dir sol noi stessi.
Parigi ancora tu per sempre
Parigi è per me il caldo della musica anni settanta, un fascino saggio che si fonde ai balconi battuti fiori d’un ottocento di passione densa come gli spettri anima dei sigari dei caffè. Le stelle di chi dorme sotto i ponti sulla Senna sono i baci che si porta l’amore che fischia al vento, tiepido rosso della passione dei martiri, profumo di respiro vivo e vivo frizzante; s’ho un pensiero per ogni camino lascio allora a questo cielo, meravigliosamente immenso come la sua città, tutti i miei desideri e le più belle speranze.