Il vecchio fumatore si adagiò lentamente sul suo divano di pelle spessa e slavata d’un latte sbiadito, ruvida al contropelo oltre quell’asprezza dolce al polpastrello, lì s’addolcì affidando il suo vecchio e debole corpo all’eroica resistenza dello schienale, alto oltre il capo macchiato ma ancora lucido. Di fronte a lui danzava tarantola una fiamma giovane di legno verde, s’agitava dimenandosi come un ossessa, con tanta frenesia d’esser – pari a quella dei giovani puledri – osservò l’anziano uomo con voce strascinata. Egli era il riflesso di se stesso e del suo apparire in chi gli stava intorno, adagiato là nella grande sala che lo circondava tutto sembrava trovare prontamente la sua approvazione, quell’insieme (quadri imbruniti, tappeti pestati, trofei di caccia lasciati alla polvere e al marcio del tempo, porta sigari d’argento vivo, una medaglia con la coccarda porpora, la servitù…) rattoppato di realtà era frutto del suo solo lavoro, della sua testardaggine e della sua sacra volontà di crederci sempre e comunque. In una sera di tardo ottobre, quando tra le finestre appannate si notano i primi richiami decisi d’un inverno che non si farà attendere, dopo aver gustato la sua trimalchiona cena a base di selvaggina, scelto un libro a “intuito” dalla vasta libreria dello studio (volume d’oratoria cicera che dal canto suo sarà destinato come consuetudine a dondolare tutta la sera sulla pancia del suo lettore disinteressato), s’accomodò sul sopra citato giaciglio e s’accese uno dei suoi rari sigari grassi. Il vecchio fumatore era tranquillo e ben steso, sapeva di poter rimanere seduto sulla sua poltrona tutto il tempo che Dio gli avrebbe concesso ancora da vivere, impartendo con svogliate gesta impieghi ora alla cameriera, ora al maggiordomo, consumando il ricco patrimonio di famiglia già consunto ed orfano di eredi. Nel mentre infermo del momento una sensazione più struggente (s’ancora di qualcosa di struggente vi può essere nell’ozio della decadente aristocrazia coloniale) lo colse con poche boccate sicure, s’accorse di star gustando l’inebriante sapore, amaro pungente ma dolce e denso come il miele, dei baci delle donne cubane. Gli parve di poter sentire tamburi e urla, ma si ricordò presto di non aver viaggiato molto e dimenticò subito d’essersi abbandonato a quel pensiero che tanto gli era alieno, d’un altra terra quasi. Si ricordò invece della sua infanzia, ricordi sbiaditi come vecchie cartoline lasciate prima in balia della pioggia e poi del sole, volti delicati mancanti di molti particolari, sguardi e voci soffocate solo dall’eco lontano di un nome che chiama.
Il sigaro era solo alle prime boccate e non gli spiacque che ce ne fosse ancora molto.
Nel frattanto il fumatore s’appoggiava sulla vista dell’intense tenere braci ardenti che gl’arrossivano davanti ed ogni volta ch’uno zampillo incandescente veniva sbalzato troppo oltre, ne sorrideva pensando a quanto fosse stato inutile il viaggio di quella fragile meteora ch’ora stava schiantata sul duro pavimento di marmo freddo. – A proposito di viaggi – pensò il vecchio borghese avvicinando il sigaro alle labbra rugose, molli e ampie – quanto mi è lieto il ricordo del mio pellegrinare parigino, quante colline e poi strade ampie ho attraversato per ammirare il fascino del regio potere e disprezzare il rifiuto del volgo…dolce il fumo dei caffè che si colmavano d’ampie gesta e urli molti - Interruppe i suoi pensieri, cinse la bocca intorno al sigaro e s’ abbandonò allo scricchiolio frenetico del tabacco acceso ch’urla e si contorce. Il fumatore non si risparmiò nelle boccate, profonde, calde, dense e intensamente godute, come gli anni giovani che fino a poco prima si soffermava a ricordare. – Ah come è ingiusta la vita: “non exiguum temporis habemus, sed multum perdimus”…quando giunge il tempo della gaiezza questa si soffia via come petali i nostri anni, lasciando il bel fiore dell’esistenza scarno e imbruttito. Ora mi resta l’aspro sapore dell’amarezza, ma tanto dolci furono i baci che la luna alta sulla campagna chiara mi regalò – Una scossa d’inquietudine gelò allora l’uomo, un velo leggero di malinconia fece tremare l’imponente corporatura del fumatore, il quale, con istinto di bestia, si rifugiò nel calore quasi cocente del fuoco.
Ma il sigaro era ancora vigoroso è il vecchio se ne rassicurò.
Liberò quindi la mente d’ogni suo pensiero lontano e con calma, orgoglio e leggiadra prepotenza assaporò nuovamente la spessa anima del suo sigaro, il quale, data l’evidente emozione, arrossì come sole al vespero. S’immaginò se stesso, giovane e di tempra forte, in cospetto d’uno dei tanti dì chiari che dalle vetrate della sua reggia splendevano nel meriggiar che più gl’era grato. Peccato che il suo sguardo non volle mai posarsi sulle schiene piegate dei contadini curvi, peccato ch’egli non udì mai i grezzi canti dei suoi braccianti : raffinato, si sa, è l’udito di chi comanda. Un blando brivido freddo gli increspò il morale quando gli sovvenne l’inebriante sensazione del potere, l’ebbrezza del guadagno, il rispetto a lui dovuto. Dipinse il malinconico pensiero delle sue cento vacche, degli illimitati possedimenti d’aureo grano, delle vigne sanguigne, della due volte morta selvaggina dei banchetti estivi, baccanali ubriachi in compagnia di deliranti dittatori in baffi prussiani. Disprezzò le molte – baldracche – che scaldarono il suo letto, amarono i sui averi e pugnalarono spilli nel suo duro cuore. Impaurito, lasciò che la crescente tristezza lo abbandonasse,
consumò il suo sigaro fin oltre l’equatore
e si nascose ancora un poco tra le pieghe dell’ombre del fuoco e della sera. – Mai ne sono stato più certo – pensò – E’ colpa di questa maledetta vita se mi consumo lentamente. Vago tra una stanza e l’altra di questa mia sontuosa prigione, sono adulato e riverito da servili cameriere candide e da schiavi riluttanti d’esser uomini. Tutti i miei averi, ciò che rappresento, è da chissà chi amministrato, investito, valutato, impegnato e quotato, ma la mia ricchezza sono cifre stampate. Che brucino all’inferno questi burocrati in carriera, che brucino tra le loro carte di nero stampate. Dove sei mio Dio ? ! M’aiutasti quando già ero il migliore e ora, che fatico perfino a respirare, mi stai lasciando sgretolare in solitudine. Dannato tu sia ! Nemico dei potenti e compagno dei codardi. – I gesti del vecchio borghese si impastarono d’un nervosismo di tremiti e brividi gelo, tra gli spasmi consumò gli ultimi preziosi centimetri del suo sigaro con cieca avidità, in brevi attimi scorsero ombre cupe, sogni ed aspirazioni d’un uomo che mai aspirò. Un solo protagonista, nessuno spettatore attento e lo scenario infernale d’un caminetto che brucia braci vive.
Il sigaro era tutto consumato. Un ultimo tiro lungo gli scottò le dita gialle e le unghie increspate.
Il fumatore s’addolcì, liberò il sigaro tozzo dalla morsa delle sue dita vecchie e fragili, ormai gambi di funghi stecchiti, lasciandolo precipitare, fece scivolare da se stesso anche la vita.
Il sigaro ha smesso di fumare e giace sparso a terra.
Il sigaro non ha più fiato per rianimarsi, nessun respiro ch’ancora lo possa infiammare.
Il sigaro è spento.
Il vecchio è morto.