crolla l’alzaia con le sue corti.
è gia sfitto l’artigiano
col gradasso di latta d’Oz come aiutante
lasciato alla ferocia della polvere
ai miei palmi premuti la vetrina
nel riflesso d’uno sguardo che si guarda.
cortili come abbracci
ringhiere vive del respiro ruggente
della propria portiera
sasso di fiume nel naufragio
d’una sponda rifugiata
dentro le vite oltre le porte.
il fascino tigrato del passare il tempo
il profumo di ieri
il rilucere opaco nello stupore dei nonni
fronde a fette di vita moderna in pastiglie.
polvere sui ricordi e vivere sparso
in una messa di pochi denti
chini penitenti anziani
d’una chiesa nascosta al sole
che s’alza poco splendore
nelle candele soffioni di scintille
nelle lacrime tremule di passione
e occhi lucidi per l’incenso.
scappa l’asfalto strisciando
tra tre donne le finestre,
il cielo cupo
sazio di noia
tra le persiane spettinate
dal latrato scomposto del traffico.
cuochi come spruzzi di risa a soffietti
cappelli a magnifico scempio della memoria
cuochi a picchiare senza sasso i grembiuli
sulla roccia del lavatoio nel vicolo.
naviglio realtà spettacolo
risacca appena lo stridere le corde
dei barconi strizzate la corrente,
qualche perla ancor mostra
tanta troppa città malata.
ciottoli di fiume come coriandoli a novembre
gettati nel vento e nella pioggia
in pozzanghere di quadri d’aceto
di penombre bruciate dalla solitudine.
il mi spiritare arriccia
il naviglio stregato
fermento lamento des artistes,
tele pitturate denaro
mentre l’arte riposa
chiusa con un catenaccio
a guardia d’un portone bruno di ruggine
e alla vespa gialla del barone di Munchausen.
sorridere senza aver nulla da ridere
è Milano che piange
nicchie di scale sospese
dedalo dado a sorpresa
in gradini che salgo dal naviglio
fino al vapore nero ottocento
delle stufe abbracciate ai grembiuli
lavati a colpi di sapone
sul ciglio della ripa.
se da fuori s’odono
sol chiacchiere schiocche scocciate
qui sibila la lingua del biscione
striscia lisca d’acqua densa
d’un naviglio mai stato fiume
ch’ora non sogna più il mare.