un omino settimo ma non ultimo dei nani ride
con il pomo d’Adamo del sapore in tavola
sazio di vino di quest’orgia esplosiva di gusto
d’una cena ch’io impasto di spezie lumando l’ambiente vicino
attraverso occhi lucidi di gioia ben condita.
rapisco ritratti d’ogni mio inusuale commensale
tra una forchettata di cinghiale alla prugna squisito
diluito nel vino versato bevuto sbeffeggiando la fiamma ghepardata
rimpinzata come un soldatino composto solo tre sedie più in là
belva fiera stonata e imbellettata di preziosi
mozzica un cerbiatto dolce come il miele dei dolci più buoni
altrettanto docile e accesa scintilla d’un sole di raggi di luce
irradiati in me riflesso d’incanto sparito ora sorriso girotondo di gusto.
i tavoli son pettini senza denti apparecchiati di chi assorto
si riposa la bocca con parole grasse d’una pancia piena
srotolata oltre la cintura e’l colletto collare della camicia
d’un porcellino da latte con i baffi per mano alla regina d’Alice
che gioca a cricket con perfettissime molliche di pane invisibili
mentre scaccia schioccando al porcellino i bernoccoli d’un ampia pelata.
sottiglio e pulisco lo sguardo sul sugo degl’angoli della bocca dove c’è
un piccino spinto dai manici d’un passeggino per bambole
che frigna perché sa già d’esser maschietto e vorrebbe aeroplani
invece di quattro piccole ruote senz’ali per decollare oltre quel completino
tutto panna morbida sfilato ora adesso per voi per la prima volta
tra urlacchi di mani vispe come guance rotondissime scomposte in sorriso.
non ho mai osservato occhi tanto teneri se non nei cuccioli
sofficissimi dei cani coccolati alla sbarra di famiglie
perbene perfette putrefatte prigioni delle vite fatte della televisione
dove rivedo quella tenerezza nella disperazione dello sguardo dei visoni
spediti alle signore impellicciate perfino attorno al cuore
perché il loro è frigido vanitoso delinquente e batte a vuoto per soldi.
senza pietà m’arrendo ai raggi d’un fanciulletto
ch’inventa la festa a questi giganti genitori